Urbanfile Go Eat | Dal disegno di Muzio alla Milano di oggi: ecco Cucina Triennale

Cucina Triennale: quando l’architettura di Muzio torna a fare quello per cui era nata

Cucina Triennale non è semplicemente il nuovo ristorante e caffè della Triennale Milano. È, in modo molto concreto, il recupero di un’idea progettuale che sta dentro il Palazzo dell’Arte fin dagli anni ’30: un luogo di socialità, ristoro e incontro affacciato sul verde del Parco Sempione, integrato fisicamente e culturalmente nell’istituzione. 

Il Palazzo dell’Arte: un edificio nato completo, anche nella parte “civile”

Per capire Cucina Triennale bisogna partire dall’edificio che la ospita. La Triennale Milano sta nel Palazzo dell’Arte in viale Alemagna 6, progettato da Giovanni Muzio e costruito tra il 1931 e il 1933 grazie al finanziamento dell’industriale Antonio Bernocchi e dei suoi fratelli. L’idea non era solo fare un contenitore per mostre temporanee, ma un organismo urbano complesso: spazi espositivi, un teatro (il Teatro dell’Arte), una biblioteca e anche un’area destinata alla ristorazione aperta al pubblico. 
Questa vocazione “aperta” – la cultura come esperienza quotidiana, non solo come visita una tantum alla mostra – è uno dei punti più moderni del progetto di Muzio e spiega perché il Palazzo dell’Arte è sempre stato più di un museo.

Dalla stagione dei club alla nuova ospitalità

Negli anni, soprattutto dal secondo dopoguerra in avanti, quella dimensione pubblica è passata anche dalla nightlife. Prima il Piper Club e poi, dagli anni ’70, l’Old Fashion: una discoteca diventata simbolo della Milano notturna, nata proprio negli spazi e nel giardino della Triennale e rimasta per decenni parte del DNA popolare (e pop) dell’edificio. Artisti come Patty Pravo e perfino Jimi Hendrix si sono esibiti lì quando la Triennale era uno dei palcoscenici più caldi della città. 
Fino a pochi anni fa, per molti milanesi “Triennale” non voleva dire solo architettura e design: voleva dire anche Old Fashion, serate d’estate nel parco e quell’idea un po’ esclusiva-un po’ democratica di Milano che si diverte a due passi dal Castello Sforzesco. Oggi quegli stessi spazi sul piano parco sono stati completamente ridisegnati e danno vita a una serie di funzioni nuove, tra cui Voce Triennale – bar, concerti, ascolto, dj set – che occupa proprio le aree un tempo associate alla discoteca storica. 
In altre parole: la Triennale non ha buttato via la dimensione sociale, l’ha aggiornata.

Il progetto Piano Parco: aprire di nuovo il piano terra alla città

Questo aggiornamento passa da un intervento più ampio di riqualificazione del cosiddetto Piano Parco, firmato dall’architetto Luca Cipelletti (studio AR.CH.IT), oggi direttore architettonico del Palazzo dell’Arte. Parliamo di 2.300 metri quadrati di spazi interni e altri 7.300 metri quadrati tra giardini, porticati e affacci sul verde, riportati alla loro logica originaria: continuità fisica tra l’edificio e il parco, attraversabilità, vita quotidiana. 
L’obiettivo è molto chiaro: la Triennale come piazza pubblica della città, non solo come contenitore per eventi eccezionali o settimane “di punta” (design week, fashion week, ecc.), ma come luogo abitabile tutti i giorni dalla mattina alla sera.

Dentro questo ridisegno rientrano tre anime:

  • Cucina Triennale, ristorante e caffè affacciati sul giardino.
  • Voce Triennale, luogo dedicato al suono e alla musica, con bar e programmazione live, proprio negli spazi che storicamente erano nightclub. 
  • Gioco, un ambiente pensato per bambine e bambini, modulare e tattile, che rende esplicito il fatto che qui la cultura e il design sono esperienze da vivere, non solo da guardare. 

È un ritorno molto milanese all’idea che l’architettura pubblica debba produrre cittadinanza, non solo ammirazione.

Cucina Triennale: mangiare dentro il progetto

Arriviamo quindi a Cucina Triennale. Il ristorante e la caffetteria si sviluppano su una sequenza di tre sale al piano parco, con pavimento in legno industriale e grandi vetrate che mettono in relazione diretta la sala con l’esterno, il triportico e il verde. Da qui lo sguardo corre fino alla fontana dei “Bagni Misteriosi” di Giorgio de Chirico, che oggi è nuovamente visibile e illuminata correttamente. 
Questa trasparenza visiva e fisica è fondamentale: non è “ristorante dentro al museo”, è quasi il contrario, è il museo che si lascia attraversare dalla vita quotidiana – pranzo veloce, caffè, aperitivo, cena.

Ma la parte forse più interessante è che Cucina Triennale sta esattamente dove Muzio l’aveva prevista negli anni ’30. Il progetto di Cipelletti ha infatti riportato il servizio di ristorazione nella posizione originaria immaginata dall’architetto: un’area di ospitalità affacciata sul parco, con soffitti a travi romboidali (rimasti in vista e valorizzati da una nuova illuminazione tecnica) e con un rapporto diretto, non mediato, tra interno ed esterno. 
È un dettaglio enorme dal punto di vista culturale: dopo quasi un secolo, il Palazzo dell’Arte torna letteralmente a funzionare come era stato disegnato.

Sedersi sulla storia (letteralmente)

Cucina Triennale è anche un progetto di design applicato, non solo di cucina. Gli arredi fissi e i tavoli sono stati studiati per essere coerenti con il lessico originale del 1933: molte sedute e tavoli derivano da disegni d’epoca, come quelli in acciaio di Gigiotti Zanin, qui riprodotti fedelmente ma con aggiornamenti tecnici contemporanei (ad esempio il piano in Fenix, più resistente all’uso quotidiano). 
Questo significa che, a differenza di molte sale del museo dove le icone del design sono sotto teca, qui quelle stesse icone si usano davvero. Il gesto è semplice e potente: la cultura del progetto italiano non è solo qualcosa da ammirare con le mani dietro la schiena, è qualcosa con cui vivi, ceni, fai una riunione o bevi un caffè.

Alle pareti compaiono inoltre opere d’arte contemporanea (come l’omaggio ad Alberto Garutti), unendo in un unico spazio cibo, arte e architettura. 
È la Triennale che torna a fare la Triennale: mescolare linguaggi.

Un ristorante, ma anche un messaggio urbano

In fondo Cucina Triennale manda un messaggio che Milano capisce benissimo: la qualità degli spazi pubblici passa anche dall’ospitalità. Il fatto di poter entrare alla Triennale “solo” per un pranzo o un caffè e uscire dopo aver visto (magari quasi per caso) un allestimento sul design italiano o una mostra di architettura rende l’istituzione più permeabile e più utile alla città, soprattutto in un momento in cui le grandi realtà culturali milanesi stanno lavorando per essere sempre meno “templi” e sempre più “luoghi di vita”. 

C’è poi un livello affettivo: chi ha vissuto l’epoca dell’Old Fashion associa ancora il Palazzo dell’Arte alla notte, alla socialità, al senso di essere “dentro” la Milano che conta. Oggi quella stessa voglia di stare insieme non viene cancellata, ma viene allargata alla luce del giorno, all’ora di pranzo, alle famiglie con bambini, alle conversazioni di lavoro davanti a un piatto invece che davanti al dj set. 

In sintesi: con Cucina Triennale torna l’idea – prevista da Muzio quasi cent’anni fa – che la Triennale non debba essere solo un museo. Deve essere un pezzo di città. E adesso, finalmente, lo è di nuovo.

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