Nel panorama della pasticceria italiana contemporanea, pochi nomi riescono a unire tecnica, ricerca e riconoscibilità mediatica come Tommaso Foglia. Pasticcere, docente, volto televisivo e innovatore, Foglia rappresenta una nuova generazione di professionisti capaci di muoversi tra alta cucina, laboratorio e comunicazione.



La sua è una storia che parte dalla tradizione più autentica – quella del panificio di famiglia – e arriva fino alle cucine stellate e ai programmi televisivi più seguiti, mantenendo sempre al centro un elemento chiave: il rispetto per la materia prima e per il tempo. È proprio questo equilibrio tra radici artigianali e visione contemporanea a rendere oggi Tommaso Foglia una figura centrale nella nuova pasticceria italiana.
Le origini: farina, famiglia e passione
Nato nel 1990 a Nola, in provincia di Napoli, Tommaso Foglia cresce letteralmente tra farina, forno e lievitati. I genitori gestiscono un panificio e il laboratorio diventa il suo primo vero luogo di formazione, prima ancora di qualsiasi scuola o esperienza professionale esterna.
È qui che sviluppa una sensibilità precoce per gli impasti, per i tempi di lievitazione, per il lavoro manuale e per la disciplina quotidiana che accompagna il mestiere. Il pane, i grandi lievitati e il rapporto con la materia prima non sono quindi una scoperta successiva, ma il punto di partenza della sua identità professionale.


Questa dimensione familiare resta fondamentale anche nel suo racconto pubblico: la pasticceria, nel suo caso, non nasce da una vocazione astratta, ma da una pratica quotidiana, da un’educazione al lavoro costruita dentro un contesto artigianale dove il gusto, il rigore e il sacrificio fanno parte della normalità.
La formazione: l’ingresso nell’alta cucina
Il passaggio decisivo arriva molto presto. A soli 17 anni Tommaso Foglia entra nella cucina del ristorante bistellato Don Alfonso 1890, a Sant’Agata sui Due Golfi, una delle realtà più importanti dell’alta ristorazione italiana. È qui che la sua formazione cambia profondamente scala e ambizione.




L’esperienza al Don Alfonso rappresenta una vera svolta: la pasticceria non è più soltanto laboratorio e produzione, ma parte integrante del racconto gastronomico, del servizio, dell’equilibrio complessivo di un ristorante di alto livello. In questo contesto Foglia impara a confrontarsi con la precisione assoluta, la qualità estrema delle materie prime e una visione della cucina intesa come linguaggio culturale.
Negli anni successivi prosegue il suo percorso in altre realtà prestigiose, lavorando anche a Roma, a Positano e tornando poi alla Maison Iaccarino come pastry chef. Sono esperienze che gli permettono di costruire una base tecnica molto solida e di sviluppare un’identità più matura, capace di tenere insieme artigianalità e alta cucina.
Le esperienze internazionali
Come molti professionisti della sua generazione, Tommaso Foglia sente presto l’esigenza di confrontarsi con contesti internazionali. Il suo percorso lo porta a lavorare tra Marrakech, Dubai, Inghilterra e Irlanda, ampliando il proprio sguardo e misurandosi con pubblici, ritmi e culture gastronomiche differenti.


Queste esperienze all’estero hanno un peso importante nella sua evoluzione. Da un lato rafforzano il rigore tecnico; dall’altro lo spingono a considerare la pasticceria come un linguaggio globale, capace però di mantenere un forte legame con le proprie radici. È proprio in questo confronto che si definisce uno dei tratti più riconoscibili del suo lavoro: la capacità di essere contemporaneo senza perdere il rapporto con la tradizione italiana dei lievitati e della pasticceria da forno.
L’internazionalità, nel suo caso, non significa omologazione ma apertura. Le esperienze fuori dall’Italia entrano nel suo stile come metodo, precisione e visione, non come semplice citazione estetica.
Il ritorno in Italia e l’affermazione
Nel 2017 Tommaso Foglia rientra in Italia e porta con sé un bagaglio professionale ormai molto strutturato. Lavora al ristorante I Portici di Bologna e successivamente diventa Executive Pastry Chef del San Barbato Resort, consolidando la sua reputazione nel panorama nazionale.
È una fase importante perché coincide con la piena affermazione della sua identità professionale. Il suo lavoro si concentra sempre di più sui lievitati contemporanei, sulla pasticceria da ristorazione e sulla ricerca delle materie prime, in un equilibrio costante tra comfort, riconoscibilità e precisione.

Il riconoscimento più significativo arriva nel 2022, quando viene nominato Pastry Chef dell’anno dal Gambero Rosso. Un premio che certifica un percorso costruito nel tempo e che lo colloca stabilmente tra i nomi più autorevoli della nuova pasticceria italiana.
Tra laboratorio e televisione
Negli ultimi anni Tommaso Foglia è diventato anche un volto noto al grande pubblico. Nel 2022 entra come giudice a Bake Off Italia, accanto a professionisti molto riconoscibili, portando in televisione un profilo diverso da quello del semplice tecnico di laboratorio.



La sua presenza sul piccolo schermo non si limita infatti a una funzione spettacolare. Foglia usa la televisione come occasione per raccontare la pasticceria in modo accessibile, ma senza rinunciare alla complessità del mestiere. Nei suoi interventi si ritrovano sempre la centralità della tecnica, il rispetto per i tempi e una certa idea di rigore artigianale.
Parallelamente continua l’attività di docente e formatore. Questo aspetto è fondamentale per capire la sua figura: non è soltanto un professionista che produce, ma anche uno chef che trasmette sapere, contribuendo alla formazione di nuove generazioni di pasticceri e appassionati.
Uno stile riconoscibile: tra tradizione e innovazione
Il lavoro di Tommaso Foglia si distingue per un equilibrio molto preciso tra tradizione, tecnica e ricerca contemporanea. I lievitati restano il suo linguaggio principale: panettoni, brioche, grandi impasti e prodotti da forno continuano a essere il terreno su cui esprime con più forza la propria identità.
Ciò che colpisce è la capacità di lavorare sulla semplicità senza banalizzarla. Nella sua idea di pasticceria, il gusto non deve mai essere coperto da effetti speciali o da eccessi di decorazione. Al contrario, la pulizia del risultato è spesso il punto di arrivo di un processo molto complesso.
Il ruolo nella nuova pasticceria italiana
È una filosofia che parla sia al pubblico professionale sia a quello più ampio: la qualità si riconosce nella consistenza, nella leggerezza, nella precisione degli impasti, nel rapporto corretto tra dolcezza, profumo e struttura.
Oggi Tommaso Foglia rappresenta una figura chiave nella trasformazione della pasticceria italiana. Il suo profilo racconta bene una generazione di professionisti che non si limita alla produzione artigianale, ma dialoga con l’alta cucina, con l’industria gastronomica, con la formazione e con i media.
Questa capacità di muoversi su più livelli lo rende particolarmente interessante anche dal punto di vista culturale. Non è solo un esecutore tecnico, ma un interprete del gusto contemporaneo, capace di raccontare come sta cambiando la pasticceria in Italia: più consapevole, più attenta alla filiera, più rigorosa sul piano tecnico e al tempo stesso più capace di parlare a pubblici diversi.



In un momento in cui la figura del pastry chef sta assumendo un peso sempre più centrale nella gastronomia, Tommaso Foglia incarna bene questa evoluzione: un professionista che tiene insieme artigianato, visione, comunicazione e cultura del prodotto.
Intervista | 10 domande a Tommaso Foglia
1. Il tuo percorso parte da un panificio di famiglia: quanto quell’esperienza continua a influenzare il tuo lavoro oggi?
“È la mia bussola. Il panificio ti insegna il sacrificio del tempo e il rispetto per la materia viva. Ancora oggi, quando tocco un impasto, cerco quella verità che sentivo da bambino: la pasticceria per me non è solo estetica, è sostanza che nutre, esattamente come il pane.”
2. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la pasticceria sarebbe diventata la tua strada?
“Più che un singolo istante, è stata una curiosità irrefrenabile a tracciare il mio percorso. Fin da subito non mi accontentavo di “fare”, volevo capire: perché l’impasto reagisce così? Come posso spingere la materia oltre il limite?
Quella fame di sapere, di studiare ogni tecnica e scoprire nuovi mondi, mi ha fatto capire che la pasticceria non sarebbe stata solo il mio mestiere, ma la mia ossessione positiva.
La scintilla è scoccata quando ho smesso di guardare le ricette e ho iniziato a interrogare gli ingredienti.”
3. L’esperienza al Don Alfonso 1890 è stata determinante: cosa ti ha lasciato più di tutto quel periodo?
“Il Don Alfonso è stato la mia vera scuola di vita, prima ancora che di pasticceria. Mi ha insegnato che l’eccellenza tecnica è nulla se non ha un’identità chiara e radicata.
Ma la lezione più grande è stata l’arte dell’accoglienza: l’importanza di mettere il cliente a proprio agio, accogliendolo come in una casa, per poi riuscire a stupirlo con la gentilezza.
Lì ho capito che un grande dolce non deve solo essere perfetto al palato, ma deve far sentire chi lo mangia speciale, coccolato e parte di un racconto autentico.”
4. Hai lavorato in diversi paesi: cosa cambia davvero nel modo di intendere la pasticceria tra Italia ed estero?
“All’estero c’è spesso una visione più imprenditoriale e schematica; in Italia abbiamo una sensibilità unica per il gusto e la storia del prodotto.
Viaggiare mi ha permesso di unire queste due visioni: l’estro e il sapore italiano con l’organizzazione e la disciplina internazionale.”
5. I lievitati sono una costante del tuo lavoro: cosa ti affascina ancora oggi di questo mondo?
I lievitati sono soddisfazione pura. È un mondo che non ammette scorciatoie: il risultato finale è la sintesi perfetta tra studio profondo, manualità artigiana e un’attesa che ha qualcosa di inspiegabile.
C’è una magia quasi mistica nel vedere una materia viva che cresce e si trasforma sotto i tuoi occhi, rispettando tempi che non puoi forzare.
Ogni volta che sforno, sento che quel prodotto porta con sé tutta la pazienza e la cura che gli ho dedicato; è un dialogo continuo tra l’uomo e la natura.
6. Come definiresti oggi il tuo stile in tre parole?
“Lo definirei concreto, tecnico e profondamente umano. Il tutto fuso in un equilibrio costante tra emozione e disciplina: la tecnica serve a governare la materia, ma è l’emozione che le dà un’anima.”
7. La televisione ha cambiato il tuo modo di comunicare il tuo lavoro?
Sì, la televisione mi ha insegnato a parlare al grande pubblico semplificando il complesso linguaggio tecnico della pasticceria, con l’obiettivo di avvicinare davvero le persone a questo mondo.
La sfida è rendere concetti difficili alla portata di tutti, insegnando a riconoscere la qualità partendo già dalla vista del prodotto, per poi guidare l’assaggiatore fino alla consapevolezza del morso finale.
Non è solo intrattenimento, è educazione al gusto: voglio che chi mi guarda sappia distinguere un prodotto d’eccellenza da uno mediocre.
8. Qual è l’errore più comune che vedi nei giovani pasticceri oggi?
“La fretta di voler stupire senza avere solide fondamenta. Molti puntano subito all’estetica scenografica da social senza aver dominato le basi.
A questo proposito, porto sempre nel cuore un insegnamento dello chef Alfonso Iaccarino, che mi diceva sempre: “Per andare sulla luna, bisogna saper andare prima in bicicletta“.
È una verità assoluta: non puoi fare innovazione se non sai gestire perfettamente la tradizione. Ma oltre alla tecnica, quello che manca spesso è la pazienza di farsi le ossa: l’esperienza maturata sul campo è fondamentale.
È solo stando in laboratorio, affrontando gli imprevisti e ripetendo i gesti all’infinito, che si acquisisce quella sensibilità che nessun libro può insegnarti.”
9. Quanto è importante oggi la sostenibilità nella pasticceria?
“È fondamentale, ma va intesa nel senso più ampio del termine. Per me la sostenibilità parte innanzitutto dal creare un ecosistema sano nel proprio ambiente lavorativo: il rispetto per le persone, il clima di collaborazione e il benessere di chi lavora sono il primo passo.
Solo partendo da una sostenibilità umana e professionale si può poi passare a tutto il resto: la scelta delle materie prime, il rispetto della stagionalità e la riduzione degli sprechi.
Se non è sostenibile il modo in cui lavoriamo, non può esserlo nemmeno il prodotto che offriamo.”
10. Guardando al futuro, quale direzione pensi prenderà la pasticceria italiana nei prossimi anni?
“Vedo un ritorno deciso alla purezza e alla verità del sapore. Ci sarà sempre più un ritorno alla sostanza, con un focus maniacale sulla qualità degli ingredienti e sulla pulizia del gusto.
L’estetica non scomparirà, ma si evolverà: vedremo fronzoli calcolati, dove ogni decorazione o elemento visivo ha una funzione precisa e ragionata, senza mai sovrastare l’anima del dolce.
La pasticceria italiana del futuro sarà un’esperienza sensoriale leggera, inclusiva e profondamente legata alla terra, dove la bellezza è al servizio della bontà, e mai viceversa.”