Dopo otto anni di [bu:r], lo chef Eugenio Boer e la maître Carlotta Perilli raddoppiano a Milano con un indirizzo più piccolo, informale e immediato. Sedici posti e un grande bancone


C’è un nuovo Burbero in città. E il nome, naturalmente, non è stato scelto a caso. In via delle Pioppette 3, a pochi passi da piazza Vetra e dalle Colonne di San Lorenzo, Eugenio Boer e Carlotta Perilli hanno aperto un nuovo capitolo del percorso iniziato otto anni fa con [bu:r], il loro ristorante gastronomico di via Mercalli. Questa volta, però, cambiano completamente scala e registro: appena 40 metri quadrati, 16 coperti e un’impostazione da bar à vin con cucina, dove si può entrare per una bottiglia e qualche piatto, ma anche semplicemente per un calice e un toast. Il progetto è volutamente più agile e accessibile rispetto a [bu:r], senza però rinunciare alla ricerca sulla materia prima, sul vino e soprattutto sull’ospitalità che negli anni ha definito il lavoro della coppia.
BURBERO, MA SOLO IN APPARENZA


Il gioco sul nome è immediato. [bu:r] riprende la pronuncia del cognome Boer; Burbero aggiunge un carattere. L’idea è quella di una personalità apparentemente ruvida, schiva, poco incline alle smancerie, che una volta superata la prima impressione si rivela invece generosa e accogliente. Una descrizione che diventa quasi il manifesto del locale: niente formalismi inutili, ma molta attenzione a ciò che arriva nel bicchiere, nel piatto e al modo in cui viene accolto l’ospite. C’è anche un motto, volutamente ironico: “Già visto, già mangiato, già bevuto”. Boer e Perilli non vogliono presentare Burbero come l’ennesima invenzione rivoluzionaria della ristorazione milanese. Wine bar, piattini, salumi, formaggi e condivisione esistono già: ciò che cambia è il modo personale con cui vengono selezionati, cucinati e raccontati. Ed è forse proprio questa assenza di retorica a rendere interessante il progetto.
EUGENIO BOER E CARLOTTA PERILLI: CUCINA E OSPITALITÀ
Dietro Burbero c’è prima di tutto una coppia, nella vita e nel lavoro. Eugenio Boer, chef di origini liguri e olandesi, ha costruito negli anni una cucina estremamente personale. Nel suo percorso professionale figurano esperienze in cucine importanti, tra cui Arnolfo e il St. Hubertus di Norbert Niederkofler, prima dell’esperienza milanese di Essenza e dell’apertura nel 2018 del suo progetto [bu:r].


Accanto a lui c’è Carlotta Perilli, maître, socia e moglie, che ha fatto della sala e dell’accoglienza una parte altrettanto importante dell’esperienza. Un lavoro riconosciuto anche dal Premio Speciale Ospitalità della Guida Ristoranti d’Italia 2026 del Gambero Rosso assegnato a [bu:r]. Burbero nasce proprio dalla volontà dei due di portare quella stessa attenzione in un luogo diverso: meno strutturato, più spontaneo e frequentabile anche senza programmare una cena gastronomica. Non è quindi un’alternativa a [bu:r], che continua la propria strada in via Mercalli, quanto piuttosto il suo fratello minore e più disinvolto.
IL VINO PRIMA DI TUTTO


Se bisogna individuare il vero protagonista di Burbero, probabilmente è il vino. La carta conta oltre 120 etichette, provenienti dall’Italia, dalla Francia e da altri territori internazionali, con particolare attenzione ai piccoli produttori, ai vignaioli e alle bottiglie capaci di raccontare un territorio prima ancora che un’etichetta famosa. A occuparsi della selezione è Leandro Cunha, head sommelier di [bu:r]. La filosofia è dinamica: carta dei vini e menu non sono pensati come qualcosa di immutabile. Una nuova scoperta può entrare rapidamente; una bottiglia o un prodotto terminati possono semplicemente uscire. Un approccio che rende Burbero più vicino a una piccola enoteca contemporanea che a un ristorante tradizionale. Anche sul fronte cocktail la scelta è quasi provocatoriamente essenziale: Negroni, Americano e Sbagliato. Tre classici e basta.
COSA SI MANGIA DA BURBERO
La cucina segue la stessa filosofia del vino: pochi vincoli, prodotti scelti bene e una proposta costruita per accompagnare il bere e favorire la condivisione. Si parte dal toast, dai taglieri di salumi e formaggi di piccoli produttori, dagli ingredienti stagionali e da quelli che Boer e Perilli chiamano ironicamente i “maledetti piattini”, giocando con una delle formule gastronomiche ormai più diffuse a Milano. C’è, per esempio, lo sfogliato di Ciacco accompagnato dal prosciutto crudo friulano Scur di Lune, ma la carta è volutamente mobile e può cambiare seguendo disponibilità, incontri e nuove scoperte.



Tra le creazioni che fanno da ponte tra [bu:r] e Burbero arriva il celebre macaron di piccione di Eugenio Boer. È probabilmente il simbolo più evidente del rapporto tra i due locali: una preparazione legata alla cucina dello chef che abbandona il contesto più strutturato del ristorante gastronomico e trova posto in un ambiente dove si può bere un bicchiere, condividere qualcosa e ordinare liberamente. I prezzi confermano l’intenzione di mantenere Burbero accessibile: toast a 9 euro, piattini indicativamente tra 12 e 16 euro, dolci a 6 euro e tagliere di salumi a 18 euro. Lo scontrino medio immaginato dai titolari si colloca intorno ai 30-35 euro, naturalmente con la possibilità di salire scegliendo bottiglie più importanti.
40 METRI QUADRATI: IL PROGETTO DI KICK.OFFICE
Una parte fondamentale di Burbero è rappresentata dallo spazio. Il progetto architettonico è firmato da KICK.OFFICE, lo studio dell’architetto Mario Abruzzese, già coinvolto nel recente restyling di [bu:r]. Qui il punto di partenza è però radicalmente differente: 40 metri quadrati e soltanto 16 posti. Ogni elemento deve quindi svolgere più funzioni contemporaneamente.


Resina, acciaio inox, marmo e superfici materiche costruiscono un ambiente contemporaneo, deciso ma non freddo. Al centro di tutto c’è il grande bancone, vero fulcro fisico e simbolico del progetto. È qui che cucina, servizio e ospiti finiscono per incontrarsi. Non esiste infatti una separazione tradizionale tra cucina e sala: le preparazioni vengono completate sotto gli occhi dei clienti e lo spazio assume quasi la forma di una chef’s table diffusa, riducendo la distanza tra chi cucina, chi serve e chi mangia.
UNA SQUADRA PICCOLA per un nuovo indirizzo nel cuore di Milano
Boer e Perilli restano i volti e gli ideatori del progetto, ma Burbero ha una sua squadra. La cucina quotidiana è affidata allo chef Giacomo Brivio, mentre la direzione è di Onofrio Viscione, soprannominato il Barba, con precedenti esperienze da Exit e Contraste. La parte enologica, come detto, è seguita da Leandro Cunha. Persino la musica ha un’identità precisa: la playlist, con incursioni techno, è stata affidata a Max Ruiz, proprietario del cocktail bar San e amico della coppia. Un altro elemento interessante è la natura indipendente dell’operazione: Boer e Perilli hanno dichiarato che Burbero è un investimento interamente loro, senza gruppi, fondi o strutture alberghiere alle spalle.

In una Milano dove i nuovi format gastronomici spesso sembrano rincorrersi, Boer e Perilli scelgono curiosamente di non rivendicare alcuna rivoluzione. Burbero mette insieme cose che conosciamo già: un buon bicchiere di vino, un toast, un tagliere, qualche piatto da dividere, un bancone, sedici sedute e persone che parlano tra loro. Ma dietro questa apparente semplicità ci sono la cucina di Eugenio Boer, il lavoro sull’ospitalità di Carlotta Perilli, una cantina di oltre 120 etichette e un progetto architettonico studiato centimetro per centimetro. Un locale piccolo, quindi, ma con parecchie cose da raccontare.
INFORMAZIONI
Burbero si trova in via delle Pioppette 3, Milano, in zona Vetra. L’apertura ufficiale: 20 settembre 2026.
Il locale dispone di 16 posti in circa 40 metri quadrati.
Gli orari sono dal martedì al sabato dalle 18:00 alle 24:00 e la domenica dalle 11:00 alle 21:00
Fascia di spesa indicativa: circa 30-35 euro a persona, variabile naturalmente in funzione del vino scelto.
Progetto architettonico: KICK.OFFICE / Mario Abruzzese.
instagram: @Burbero_milano